Il 4 Luglio sarà in libreria la (non) guida Patagonia Paesaggio dell’immaginario di Chris Moss. Questa guida psicogeografica è incentrata sulle opere letterarie che hanno avuto la regione per oggetto, si parla dei viaggi in Patagonia e dei relativi scritti di Antonio Pigafetta, Charles Darwin, Ernesto “Che” Guevara, Antoine de Saint Exupéry, Bruce Chatwin, Paul Theroux, Jean Baudrillard.
Chatwin si assenta fisicamente dal testo e lo popola di miti, eroi, esploratori e anarchici, mentre Theroux si aliena e si concentra sull’interiorità, permettendo al paesaggio di generare in lui osservazioni stizzose”; anche sul mitico nome ‘Terra del Fuoco’, Moss ha da ridire: “Le popolazioni fuegine delle canoe, di tanto in tanto, portavano con sé un fuoco nelle loro imbarcazioni, ma solo per riscaldarsi. Erano abituati a vivere nell’oscurità e a navigare orientandosi con le stelle quando le nuvole decidevano di lasciare libero il cielo.”
Ci va pesante Moss, con tutte le nostre “certezze” sulla Patagonia.
Prepara il lettore con una folta disamina sui miti degli indigeni; sui viaggi di Magellano; sulle scoperte di
Cook, Drake, dell’ornitologo Hudson, FitzRoy e Darwin; narra la storia del leggendario re Orllie Antoine
che aiutò i Mapuche (veri autoctoni della Patagonia) ad autodeterminarsi; parla della decolonizzazione e
della conquista argentina, prosegue con un’entusiasmante cavalcata nell’attuale scena cinematografica e
letteraria del sud dell’Argentina.
Ma inesorabilmente arriva ad una critica circostanziata della letteratura di viaggio sulla Patagonia.
Notiamo così che tutto quello che è stato pubblicato sulla Patagonia e che ha avuto una certa fortuna da
questa parte del mondo sia stato scritto più per l’autoaffermazione degli autori che con intenti documentari
o geografici.
Una colonizzazione dell’immaginario che rende un ritratto falsato. Il primo bersaglio è senz’altro In
Patagonia: “ci sono scarsi dubbi sul fatto che Chatwin cercasse solo una Patagonia leggendaria nelle sue
investigazioni o che avesse ritagliato su misura i fatti perché si adattassero al suo stile letterario.”
Ma ce n’è anche per Theroux, italiano Yankee che prese il suo treno (l’ultimo) per la Patagonia per
parlare, descrivendo il deserto, del proprio umor nero…
L’unico a “salvarsi” è Saint Exupéry: dopotutto l’autore del Piccolo Principe non ha velleità nel
comporre Terra degli uomini: è la sua autobiografia, che poi egli in qualità di aviatore abbia sorvolato e
descritto la Patagonia è una piacevole casualità.
La tesi finale è affidata per certi versi a un altro francese: Jean Baudrillard. Il quale nel saggio apparso
su Libération nel 1996 “Tierra del Fuego-New York”, sostiene che sia necessaria una decostruzione
della Patagonia: “Ushuaia e New York, sostiene, pur con tutte le loro ovvie differenze condividono la
caratteristica di essere state costruite. Una si vende come la fine del mondo; l’altra proclama di esserne
il centro.” Ed è questo il vero valore di quest’opera di Moss: mette ordine nel discorso tra la finzione e la realtà, sullo sfondo: una Patagonia come non l’avete mai letta.
Ecco un brevissimo stralcio della prefazione dell’autore che ben spiega il tenore del libro: Non c’erano guide turistiche dedicate alla Patagonia e i capitoli sulla regione presenti nelle guide del Cile e dell’Argentina erano brevi e spiegavano solo come arrivare e ripartire dalle città e visitare il museo di turno. Come gran parte degli ingenui viaggiatori con lo zaino in spalla, all’inizio entrai in contatto con Bruce Chatwin. Negli anni Novanta una copia di In Patagonia era de rigueur come lo è anche oggi; sebbene la struttura ellittica e il tono condiscendente del libro mi sembrassero irritanti, fui colpito dalla destrezza con cui Chatwin intrecciò dozzine di storie e dalla varietà delle fonti del suo diario di viaggio. Quando iniziai a raccogliere qualche suo indizio e a investigare, scoprii che il mio spazio vuoto preferito era carico di letteratura.
Ero incuriosito dal fatto che il libro non rispecchiava in alcun modo il territorio che stavo imparando ad amare. Non era solo perché io parlavo spagnolo e potevo quindi entrare in contatto con i “patagoni” che Chatwin aveva descritto in modo caricaturale. C’erano altre divergenze. Lui non aveva tempo per la flora e la fauna, per le tradizioni indigene o per le esperienze vissute da cileni e argentini in Patagonia.
Chi viveva a Buenos Aires, Santiago del Cile, Cordoba e in altre anguste città della zona temperata possedeva una nozione del sur che non si avvicinava per nulla ai miti che gli europei diffondevano sulla Patagonia. Al posto di Darwin e FitzRoy, Drake e Saint-Exupéry, avevano eroi locali – Francisco Moreno, il generale Roca, W.H. Hudson – e invece dei libri di viaggio e delle guide turistiche, scritti dagli avventurieri del passato, che attingevano a racconti di tesori ritrovati, preferivano gustarsi opere cinematografiche e di narrativa più recenti. Gli argentini e i cileni vivono, lavorano e muoiono in Patagonia.
Piantano vigneti e crescono i loro figli; si raggruppano in colonie hippy e vengono mandati sulle basi navali. I Mapuche lottano contro i governi per i diritti sulla terra; i bambini gallesi di quinta generazione cercano di imparare la lingua dei loro antenati pionieri. Per Chatwin e per quasi tutti i turisti, la Patagonia costituiva un “materiale” che doveva essere digerito e rielaborato; per chi ci è nato e ci vive, è casa.